INTERVISTA A FRANCESCO APRILE FORMATORE E COUNSELOR

FrancescoAprileFormatoreOggi ospite del mio blog è Francesco Aprile. Francesco è un formatore ed un counselor e si dedica allo sviluppo delle soft-skills (comunicazione interpersonale, Leadership e Teamwork, Self- Management, Creatività, Parlare in pubblico, Negoziazione).

Svolge inoltre attività di counseling e coaching secondo l’approccio dell’Analisi Transazionale. Conoscendolo personalmente posso dire che è una persona che trasmette serenità e sincero interesse per gli altri e non l’ho mai visto neanche minimamente nervoso. Il suo lavoro di counselor certo lo facilita in questo ma credo che sia uno di quei casi in cui non sei tu a scegliere il lavoro ma è il lavoro a scegliere te; avere accanto una persona come Francesco in un momento difficile o “ingarbugliato”, come lui dice, della tua vita, potrebbe davvero fare la differenza. Veniamo allora alle domande che vorrei porgli e immagino possano essere interessanti per chi per caso capitasse in questo blog.

1. Secondo te, la gente al lavoro è felice?

Mi sembra evidente che la maggior parte delle persone non  lo sia né al lavoro né fuori. Le cause possono essere tante, ma credo che la principale sia il rifugio nella passività: anziché vivere e scegliere, lasciamo, rassegnati in partenza, che le cose “accadano” per fatti propri, senza nemmeno provarci. Poi, diventa semplice accusare il fato o il proprio capo, il destino o la cattiveria altrui delle proprie insoddisfazioni. È una strategia “difensiva”, comodissima come alibi, ma ovviamente perdente.

2. Cosa serve alle persone per essere felici sul lavoro?

Coglierne il senso. “Che senso ha il mio lavoro? A che serve? A chi serve?” sembrano domande troppo filosofiche, in realtà sono le uniche che, a mio avviso, possono dare dignità al nostro operare.

3. Ho sempre pensato che la motivazione sul lavoro, ciò che ci permette di svegliarci sereni anche al lunedì, dipenda sì dai rapporti interpersonali che riusciamo a instaurare, e non a subire, ma anche dalle prospettive di crescita che una particolare occupazione ci consente di intravedere. Tu cosa ne pensi? A che punto sono le aziende italiane riguardo queste tematiche?

La motivazione è il tema più complesso per chi si occupa di gestione delle persone sul luogo di lavoro. Sia perché esistono tantissime variabili che la influenzano, sia perché ogni persona è sensibile a variabili motivazionali differenti. La crescita professionale è solo una di queste e non esercita lo stesso fascino su tutti. Per quanto riguarda il trend italiano, sono arrivato alla conclusione che per troppo tempo l’espressione “crescita professionale” sia stata equiparata col “fare carriera e avere più potere gerarchico sugli altri”. Un grosso equivoco, che ora stiamo pagando caro. Infatti, le aziende oggi si stanno dotando di strutture organizzative più schiacciate (quindi con meno “capi” e livelli) e “liquide”, come è giusto che sia; così la crescita professionale assume altre forme (formazione continua, job rotation, carriere orizzontali,…) a mio avviso più sane, ma i collaboratori, abituati alla mentalità precedente, pensano che questo cambiamento sia solo “una fregatura” frutto del taglio dei costi.

4. Cosa mi dici sulle differenze generazionali?

Anche se questo varia da azienda in azienda, mi sembra di vedere che nelle grandi aziende (non conosco bene il mondo delle PMI) si stia creando una vera e propria frattura generazionale, alimentata dalla rabbia di chi sa di avere il doppio delle competenze dei propri capi e, al tempo stesso, sa benissimo che nella maggior parte dei casi, non avrà mai il loro stesso stipendio, la loro stabilità economica, le loro sicurezze previdenziali. Anche su questo fronte in Italia stiamo pagando il prezzo di politiche manageriali dissennate agite dal dopoguerra in poi. Non abbiamo mai voluto dotarci di strategie seriamente meritocratiche, la prassi è che nelle grandi aziende uno aveva/ha scatti di carriera o di stipendio per “anzianità” non per qualità del lavoro o per competenze effettivamente possedute. Trovo tutto questo assurdo e il prezzo lo pagano le nuove generazioni.

5. Cosa sulle differenze culturali, sulla difficoltà comunicative tra tecnici di settori diversi (es. un ingegnere e un avvocato)?

Per dirla con Bauman, anche le professioni diventano sempre più “liquide”, con margini di sovrapposizione, e in un mondo complesso diventano sempre più importanti le cosiddette “competenze trasversali”. Chi le possiede riesce ad armonizzare bene il proprio contributo professionale con quello degli altri, altrimenti la collaborazione diventa impraticabile. Fatto sta che, oggi come oggi, il sistema universitario non aiuta lo sviluppo di queste competenze, le PMI non hanno/sanno investire su questo e solo le grandi aziende fanno formazione manageriale.

6. Sai, mi piace navigare in quei siti di office design in cui si vedono spazi di lavoro condivisi, colori vivaci, abbigliamento informale. Trasmettono serenità nei luoghi di lavoro e credo che questa serenità abbia ottime ricadute sulla produttività. Qual è il tuo punto di vista? Conosci aziende del genere o sono solo le startup americane ad avere queste prerogative?

Lo spazio di lavoro ha bisogno di essere armonico e “facilitante”. Non è per forza necessario che sia un open space, ma che permetta ai nostri corpi e ai nostri cervelli di focalizzarsi, di collaborare, di creare. Ho visto solo poche aziende fare scelte coraggiose su questo tema. Da noi, stanzoni grigi claustrofobici e luci al neon la fanno ancora da padrone; poi ci lamentiamo che i nostri collaboratori mancano di proattività… come si fa ad essere proattivi lavorando in luoghi del genere? È fisiologico che in un casermone grigio anche il cervello si ingrigisca!

7. Come rendi la tua formazione efficace?

A mio avviso, la formazione è uno strumento per aiutare i partecipanti ai corsi a vivere meglio (sul posto di lavoro e non solo). Perché tale formazione sia efficace riduco al minimo (e addirittura elimino) l’uso delle famigerate slides e strutturo i percorsi formativi attraverso una serie di attività (giochi d’aula, canzoni, vignette, simulazioni, attività creative, …) che coinvolgano i partecipanti a vari livelli, certo del fatto che solo attraverso tale coinvolgimento essi possano trovare/elaborare un senso al nostro stare insieme ed il lavoro comune lasci una traccia (piccola o grande che sia) nella loro vita.

8. Qualche post fa ho consigliato di leggere qualche passo del Vangelo prima di andare al lavoro perché sono convinto che i principi universali di condivisione e generosità debbano essere pregnanti in ogni attività. Che influenza ha la religione nel tuo modo di lavorare e fare formazione?

Per come hai posto la questione nel tuo articolo, credo tu abbia dato un buon consiglio, perché una visione “valoriale” del lavoro e delle relazioni mi trova d’accordo. Con alcune precisazioni.

Secondo la concezione che ho dell’uomo e della vita, non si può separare il comportamento di una persona da ciò che la stessa persona vive, sente, crede, spera. Però credo profondamente che le aziende siano un luogo di incontro delle diversità, quindi debbano mantenersi “saggiamente laiche”. I miei valori (tra cui quelli religiosi) ispirano direttamente il “come” del mio lavoro (le modalità) e indirettamente il “cosa” (i contenuti). Quando lavoro, i miei valori hanno un nome “laico” nel senso di “condivisibile da altri uomini con orientamenti ideologici/religiosi differenti”. Faccio un esempio. Potrà sembrare strano ma, proprio perché credente, non faccio formazione perché nelle aziende “ognuno riconosca l’altro come fratello in quanto tutti figli di Dio”; ma per “alimentare il rispetto reciproco e la valorizzazione dell’assoluta originalità di ogni persona”. Non è solo un cambio di parole, è un cambio di prospettiva, perché io non vengo pagato per fare proselitismo, le catechesi le faccio in parrocchia.

Soprattutto in Italia, il credo religioso è usato troppo spesso come una bandiera per fare lobby d’affari. Trovo questo veramente odioso, irrispettoso delle persone e di quella stessa fede che si dice di voler diffondere o difendere e che invece si strumentalizza.

9. E la musica? Secondo me ha un forte potere motivazionale; tu che ne pensi, come la integri o come la integreresti nelle tue sessioni di formazione?

Sono un appassionato della canzone d’autore e mi capita spesso di utilizzare qualche canzone come stimolo per l’apprendimento. Mi piacerebbe fare una vera e propria “formazione cantata”… ma ho troppo rispetto per le orecchie dei miei ascoltatori, quindi mi trattengo! Però il binomio formazione-musica lo esploro in tanti modi, di cui trovate traccia nel mio blog all’indirizzo http://counselingedintorni.blogspot.it/search/label/musica

10. A quale domanda ti piacerebbe rispondere?

Mi piacciono tutte le domande se chi le fa ha la voglia di ascoltare le risposte.

11. Nel tuo profilo leggiamo che sei “Counselor specializzato in Analisi Transazionale”. Puoi spiegarci di che si tratta?

Il counseling è un percorso di cambiamento orientato a “a ritrovare il filo”. Quando si attraversa un momento di confusione e si ha bisogno di fare chiarezza, quando si attraversare una crisi o si devono compiere scelte delicate, il counselor, attraverso l’ascolto attivo e specifiche tecniche di colloquio, aiuta il cliente a scegliere senza sostituirsi a lui, lo aiuta a ripartire lasciandogli la responsabilità dei suoi passi, lo sostiene nel cambiamento e nel recupero delle sue “energie sopite”. All’interno delle aziende, il counseling è il supporto migliore per allineare la maturazione umana alle competenze professionali dei manager.

L’Analisi Transazionale è un indirizzo di pensiero psicologico nato negli anni ’50 ad opera dello psicoterapeuta Eric Berne. È una chiave di lettura della persona e delle relazioni umane diffusa in tutto il mondo, grazie alla sua capacità di coniugare il rigore scientifico con una forte dimensione divulgativa. L’AT viene perciò utilizzata non solo in contesti di psicoterapia, ma anche in tutte quelle realtà (scuole, aziende, comunità, ecc.) in cui assume una particolare importanza la comprensione e l’instaurazione di relazioni umane autentiche. L’Analisi Transazionale si concentra sulla ricchezza e sulla complessità delle relazioni umane spiegandole con un linguaggio accessibile a tutti e si caratterizza per la fiducia nella positività di ogni essere umano e nelle sue potenzialità.

Francesco, leggere le tue risposte è stato, per me e spero lo sarà per il nostro amico lettore, molto piacevole ed istruttivo. Ci sono molti spunti su cui riflettere per migliorare le nostre vite ed essere più consapevoli di quanto la serenità sia alla nostra portata.

Ti faccio l’ultima domanda della quale non pubblicherò la risposta ma l’ascolterò dal vivo:

ti va di mangiare una pizza insieme qualche sera di queste?

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4 pensieri su “INTERVISTA A FRANCESCO APRILE FORMATORE E COUNSELOR

  1. Gianfranco Domizi

    Attenzione alla “formazione cantata”, perché l’effetto-Paragone (il giornalista) è in agguato … scherzi a parte, io penso che potrebbe essere utilizzata, in formazione, coaching, counseling, musicoterapia, ecc .., per far confrontare l’altro (non mi piace il termine “cliente”), sia con “Stati dell’Io” (Analisi Transazionale) vicini al suo (uso omeopatico), che lontani (allopatico).

    La mia pigrizia, la mia atavica mancanza di serenità (invidio quella di Francesco, ne hai colto bene un aspetto fodamentale), la lontananza fisica (sono esule al Nord) mi impediscono di ambire a sviluppare qualcosa in tal senso insieme a Francesco, che è partner eccellente di ottime innovazioni, ma chissà …

    Last but not least, vengono dette delle cose importanti sul tema Motivazione. Sarei grato se trovaste un’occasione per tornare sul tema, perché il mio modesto parere è che possono essere fatte e ipotizzate tutte le cose che compaiono nell’articolo, ma il tema Motivazione, più di altri, in periodi di crisi e di potenziale “decrescita”, dovrebbe essere radicalmente ripensato e rifondato.

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